Categoria: Immigrazione e Cittadinanza

The concept of misunderstanding, a barrier in relations, denial of society. Barriers between people, prejudice.

Il permesso di soggiorno UE lungo periodo: “la carta di soggiorno”

Lo straniero in possesso, da almeno cinque anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità che dimostri la disponibilità di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e,  nel caso di richiesta relativa ai familiari, di un reddito sufficiente secondo i parametri indicati nell’art. 29 co. 3 lett. b,  di un alloggio idoneo che rientri nei parametri minimi previsto dalla legge, ai sensi dell’art. 29 co. 1 TUI e di possedere un livello di conoscenza della lingua italiana non inferiore al livello A2, può richiedere un permesso di soggiorno illimitato: Permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.

E’ un titolo di soggiorno che riconosce una condizione privilegiata al suo titolare perché lo autorizza a permanere in Italia a tempo indeterminato (art. 9 d.lgs 286/98 Testo Unico Immigrazione).

Le assenze dello straniero sul territorio nazionale non interrompono la durata del periodo di 5 anni, e sono incluse nel computo del medesimo periodo quando sono inferiori a 6 mesi consecutivi e non superano complessivamente 10 mesi nei cinque anni richiesti.

Al comma 3 del medesimo articolo ci sono alcune categorie escluse: gli stranieri che soggiornano per motivi di studio o formazione professionale, protezione temporanea o per motivi umanitari, richiesta di protezione internazionale di cui all’art. 2 co. 1 lett. a) del d.lvo. 251/2007; titolari di permesso di soggiorno di breve durata, status giuridico della convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche, Conv. Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, del 1969 sulle missioni speciali o dalla Conv. Vienna del 1975 sulla rappresentanza degli Stati nelle loro relazioni con organizzazioni internazionali di carattere universale.

Al comma 4 l’art. 9 TUI prevede che il permesso UE soggiornante di lungo periodo non può essere rilasciato agli stranieri pericolosi per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato.

Tra gli elementi di valutazione della pericolosità sociale dello straniero possiamo considerare eventuali condanne, anche non definitive, per reati previsto dall’art. 380 cpp, nonché limitatamente ai delitti non colposi, dall’art.  381 cpp, escludendo però ogni automatismo.

Ai fini del provvedimento di diniego il Questore terrà conto della durata del soggiorno nel territorio nazionale, dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo dello straniero.

Sul punto la giurisprudenza amministrativa ha osservato che il giudizio di pericolosità non può essere espressione di una valutazione di tipo discrezionale, ma deve attenersi alle circostanze valutate come ostative dall’art. 9 del TUI.

Il permesso di soggiorno lungo soggiornate non prevede una scadenza ma si un aggiornamento ogni 5 anni.

Se hai bisogno di consulenza per la richiesta o in caso di diniego puoi contattarci victoriaestudiolegal.com o su facebook

Avv. Grimaneza Victoria Castillo

Avvocato italo peruviana del foro di Roma
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Il permesso di soggiorno per cure mediche: il rilascio anche in caso di patologia di particolare gravità 

Il permesso di soggiorno per cure mediche viene rilasciato in base a delle precise condizioni corredato da idonea documentazione medica. È un permesso che non permette di svolgere attività lavorativa e non può essere convertito in altro permesso di soggiorno sennò, ove vi siano le condizioni, in quello per motivi familiari.

Ha una durata pari a quella del trattamento medico da realizzarsi e, in ogni caso, non superiore a un anno, rinnovabile in caso di necessità di continuare con il percorso terapeutico. Nel caso del permesso di soggiorno per gravidanza viene emesso un primo permesso di soggiorno per 6 mesi rinnovabile per altri sei mesi.

Nel testo unico immigrazione, d.lgs 286/98, prima delle modifiche legislative del Decreto Salvini, il permesso di soggiorno per cure mediche veniva rilasciato alle seguenti condizioni:

  1. Ingresso per cure mediche (art. 36 TUI): Il cittadino straniero che è entrato in Italia a seguito della richiesta di specifico visto per cure mediche deve presentarsi alla Questura del luogo di domicilio per la richiesta del permesso di soggiorno per cure mediche che ha durata pari a quella del visto di ingresso e può essere rinnovato direttamente presso la Questura competente allegando la certificazione medica.

 

  1. Alle donne straniere irregolari in stato di gravidanza (art. 19 co. 2 lett. d TUI): è previsto il rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche per il periodo di sei mesi prima del parto e per i sei mesi successivi alla nascita del bambino. Anche il padre del bambino, coniugato con la madre, ha diritto ad avere un permesso di soggiorno per cure mediche. Consente l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale in modo gratuito, ma non consente lo svolgimento di attività lavorativa.

A questi due ipotesi, con l’approvazione del decreto-legge n. 113/2018, convertito con modificazioni dalla L. 1° dicembre 2018, n. 132, si è aggiunta una terza possibilità di ottenere il permesso di soggiorno per cure mediche.

  1. Permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che versano in condizioni di salute di particolare gravità.

L’articolo 19 co. 2 lett. d-bis del TUI, introdotta dall’art. 1 comma 1 lettera g) del D.L. 4 ottobre 2018, n. 113 prevede espressamente il divieto di espulsione dello straniero a condizione che versi in gravi condizioni di salute.

Le patologie di particolare gravità debbono essere accertate mediante idonea documentazione medica,  rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, tali da determinare un rilevante pregiudizio alla salute in caso di rientro nel Paese di origine o di provenienza. In taluni casi, verrà emesso permesso di soggiorno per cure mediche della durata del trattamento terapeutico, in ogni caso, non superiore ad un anno, rinnovabile finché persistono le condizioni di salute di particolare gravità debitamente certificate, valido solo nel territorio nazionale.

Al fine di consentire l’effettiva iscrizione del cittadino straniero al Servizio Sanitario Nazionale e di garantire l’accesso alle cure, con circolare del 15 marzo 2019, n. 43323, il Ministero dell’Interno ha precisato che il permesso di soggiorno deve riportare la dicitura “art. 19, co. 2, lett. d) bis T.U. Immigrazione”.

La giurisprudenza ha avuto modo di precisare le condizioni di salute richieste ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche. Tra le pronunzie più importanti possiamo menzionare l’ordinanza del Tribunale di Napoli del 14 febbraio 2020, nel procedimento con RG 132/2020, con la quale, facendo espresso richiamo del modificato dettato normativo, ha affermato che: “Ai fini del rilascio del permesso per cure mediche, è richiesto esclusivamente la sussistenza di una patologia di particolare gravità che rende necessario nell’immediato un percorso di cura per la tutela della salute e della vita del cittadino straniero”.

Sul tipo di patologie, il giudicante ha precisato che: “Deve trattarsi di patologie pericolose nell’immediato o suscettibili di aggravamento in futuro, a cui corrispondono prestazioni sanitarie che non possono essere differite o che sono essenziali per scongiurare aggravamenti che nel tempo potrebbero determinare maggiore danno alla salute o rischi per la vita nell’ipotesi di un rientro nel Paese di origine».

Meritevole di commento anche una recente ordinanza del Tribunale di Milano, ordinanza del 19 maggio 2020, nel procedimento con RG 28554/2019, con la quale ha accolto il ricorso di una cittadino ghanese di richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche per patologia psichica: “il rientro del ricorrente in Patria esporrebbe lo stesso ad una situazione di grave pregiudizio per la sua incolumità psichica, di inevitabile fragilità personale e sociale e di costante vulnerabilità determinata dal grave stato psicologico di cui lo stesso risulta affetto”.

Pertanto, deve essere attentamente valutato lo stato di salute dello straniero e la documentazione medica attestante le gravi patologie per non incorrere in un rigetto della domanda.

Avv. Grimaneza Victoria Castillo

avvocato italo peruviana del foro di Roma

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Decreto rilancio in vigore: Modifiche alla Regolarizzazione lavoratori stranieri

Nel supplemento ordinario n. 21 / L della Gazzetta Ufficiale “Gazzetta ufficiale” n. 128 del 19 maggio 2020, è stato pubblicato il decreto legge del 19 maggio 2020, n. 34 che contiene “Misure urgenti nel campo della salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché politiche sociali relative all’emergenza epidemiologica di COVID-19 “.

La regolarizzazione dei lavoratori stranieri è stata inserita nell’art. 103 “emersione di rapporti di lavoro” anziché nell’art. 110 bis. Sebbene con la pubblicazione del decreto si siano operate delle modifiche al decreto approvato in data 13 maggio 2020 nella sostanza è rimasto invariato.

Il termine per la presentazione della domanda non è cambiato: dal 1° giugno al 15 luglio 2020.

Allo stesso modo non si sono operati modifiche sui settori di attività destinatari della regolarizzazione: settori agricolo, zootecnico e zootecnico, pesca e acquacoltura e attività connesse; assistenza alla persona non autosufficiente (badante); lavoro nel settore domestico (colf).

I due tipi di permesso di soggiorno sono stati confermati senza particolari modifiche:

  1. il permesso di soggiorno per motivi di lavoro; cittadini stranieri senza permesso di soggiorno;
  2. permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi per cittadini stranieri che hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019 e non rinnovato in altro titolo di soggiorno che non abbiano lasciato il territorio italiano dopo la data dell’8 marzo 2020.

Le cause di inammissibilità relative alle condizioni del cittadino straniero non sono state modificate. Allo stesso modo, le cause del diniego sono rimaste invariate a causa della situazione del datore di lavoro.

Le altre condizioni e disposizioni relative alla sospensione della sanzione, delle disposizioni penali, amministrative, fiscali e di altra natura non sono state oggetto di modifica a cui si rimanda con il precedente articolo.

Di seguito una breve elencazione delle modifiche apportate in sede di pubblicazione del decreto:

  1. Per dimostrare la presenza in Italia alla data dell’8 marzo 2020, il cittadino straniero può presentare attestazioni costituite da documentazioni di data certa proveniente da organismi pubblici in alternativa ai documenti già indicato nel testo del decreto approvato (rilievi fotodattiloscopici e dichiarazione di presenza);
  2. Nel caso di permesso di soggiorno per motivi di lavoro dovrà essere versato un importo di 500 euro oltre a un importo fisso da stabilire con successivo decreto; mentre nel caso di permesso di soggiorno temporaneo dovrà essere versato un importo di 130 euro, al netto dei costi a carico dell’interessato che sarà stabilito con un successivo decreto interministeriale;
  3. Per quanto riguarda il permesso di soggiorno temporaneo, i datori di lavoro che impieghino cittadini stranieri con cittadini stranieri che abbiano avanzato richiesta di permesso di soggiorno temporaneo senza preventiva comunicazione del rapporto di lavoro saranno raddoppiate le sanzioni previste per legge ed in caso che i fatti costituiscano reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro la penna sarà aumentata da un terzo alla metà (art. 103 comma 14 – DL 34/2020 del 19 maggio 2020).

Si attende decreto interministeriale entro il 29 maggio per definire la procedura e i requisiti della regolarizzazione.

Avv. Grimaneza Victoria Castillo

avvocato italo peruviano

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Regolarizzazione lavoratori stranieri: Breve rassegna dell’art. 110 bis Decreto Rilancio

Il governo italiano ha approvato la legge che prevede la regolarizzazione dei lavoratori stranieri. Tale misura è stata inserita nell’art. 110 bis “Emersione di rapporti di lavoro” del Decreto Rilancio approvato il 13 maggio 2020 (in fase de pubblicazione).

L’istanza potrà essere presentata dal primo giugno al 15 luglio 2020.

L’emersione dei rapporti di lavoro relativa agli stranieri prevede due tipi di permessi di soggiorno a seconda della condizione dello straniero.

  1. Permesso di soggiorno per motivi di lavoro rivolto agli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano fatto ingresso in Italia entro l’8 marzo 2020 e che non abbiano lasciato il territorio nazionale dopo tale data.
  2. Permesso di soggiorno temporaneo per un periodo di sei mesi, valido solo in Italia, convertibile alla scadenza, in presenza di contratto di lavoro in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, per titolari di permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019.

Di seguito una breve rassegna dei due tipi di permessi di soggiorno, debitamente si precisa che si tratta di una prima lettura e che successivamente a seguito dell’approvazione del decreto interministeriale si offriranno maggiori dettagli sulla procedura e requisiti.

  1. Permesso di soggiorno per motivi di lavoro (art. 110 bis comma 1 e 12)

Si prevede il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro per i cittadini stranieri che prestino servizio nei settori di agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse;

assistenza alla persona per sé stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.

L’istanza dovrà essere presentata dal datore di lavoro, quest’ultimo può essere cittadino italiano o cittadino di uno degli Stati dell’Unione Europea o cittadino straniero in possesso di permesso di soggiorno UE lungo soggiornanti (carta di soggiorno).

Requisiti:

  • svolgere attività lavorativa nei settori indicati nel decreto (settore agricola ed altri, colf, badante);
  • aver fatto ingresso in Italia alla data dell’8 marzo 2020 e non aver lasciato il territorio nazionale dopo la medesima data.

Procedimento (si deve attendere decreto interministeriale che confermi le modalità e stabilisca il procedimento specifico)

  • l’istanza va presentata dal datore di lavoro presso lo sportello unico immigrazione (SUI);
  • si prevede un contributo forfetario di 400 euro a titolo di costo di gestione della pratica, oltre ulteriore contributo forfetario non ancora specificato.
  • nell’istanza dovrà essere indicata la durata del contratto di lavoro e la retribuzione convenuta, non inferiore a quella prevista del contratto collettivo nazionale.

Lo sportello Unico per l’immigrazione verificata l’ammissibilità della dichiarazione procede alla convocazione per la stipula contratto di soggiorno, per la comunicazione obbligatoria di assunzione e per la compilazione della richiesta del permesso di soggiorno per lavoro subordinato.

ATTENZIONE: la mancata presentazione del datore di lavoro e del lavoratore senza giustificato motivo alla convocazione della SUI comporta l’archiviazione del procedimento.

Il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro comporta l’estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi relativi alla dichiarazione di emersione. In capo al datore di lavoro determina l’estinzione dei procedimenti penali e amministrativi per l’impiego di lavoratori per i quali è stata presentata la dichiarazione di emersione, anche se di carattere finanziario, fiscale, previdenziale o assistenziale. In capo agli stranieri comporta l’estinzione relativa ai procedimenti penali e amministrativi per l’ingresso ed il soggiorno illegale nel territorio nazionale con esclusione di alcuni illeciti.

  1. PERMESSO DI SOGGIORNO TEMPORANEO (art. 110 bis comma 2, comma 13)

Si prevede il rilascio di un permesso di soggiorno per sei mesi, valido solo in Italia, per cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto alla data del 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo di soggiorno.

L’istanza può essere presentata dal cittadino straniero dal 1° giugno al 15 luglio 2020 presso la Questura di competenza.

Requisiti:

  • essere in possesso di permesso di soggiorno scaduto alla data del 31 ottobre 2019 e che non sia stato rinnovato;
  • i cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale alla data dell’8 marzo 2020 non devono essersi allontanati dalla medesima data;
  • aver svolto attività di lavoro nei settori agricola, colf, badante, antecedentemente al 31 ottobre 2019;
  • A tal fine si dovrà presentare documentazione idonea a comprovare l’attività lavorativa svolta (con successivo decreto verrà specificata il tipo di documentazione da presentare);
  • E’ previsto un contributo di 160 euro.

ATTENZIONE: la documentazione sarà oggetto di controllo dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Al termine della presentazione della richiesta verrà rilasciata ATTESTAZIONE che consente allo straniero di soggiorno regolarmente in Italia per il termine indicato, di svolgere attività lavorativa (limitatamente ai settori previsti nel decreto), iscriversi nelle liste di collocamento; presentare eventuale richiesta di conversione del permesso di soggiorno temporaneo in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Successivamente, se nel termine della durata del permesso di soggiorno temporaneo (sei mesi dalla presentazione dell’istanza) il cittadino esibisce un contratto di lavoro subordinato ovvero la documentazione retributiva e previdenziale comprovante lo svolgimento dell’attività lavorativa in conformità alle previsioni di legge, il permesso viene convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

  1. INAMMISSIBILITÀ’ PER LA CONDIZIONE DELLO STRANIERO

Non sono ammessi alla regolarizzazione i cittadini stranieri destinatari di decreto di espulsione per alcuni reati, gli stranieri che siano stati oggetto di segnalazione anche in base ad accordi o convenzioni internazionali in vigore per l’Italia, ai fini della non ammissione nel territorio dello Stato, inoltre non sono ammessi coloro che siano stati condannati, anche con sentenza non definitiva per truffa, delitti contro la libertà, spaccio di stupefacenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, della prostituzione e anche minorile. Infine i cittadini stranieri non devono essere considerati una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali Italia abbia sottoscritto accordi  per la soppressione dei controlli alle frontiere e di libera circolazione delle persone.

  1. RIGETTO PER LA CONDIZIONE DEL DATORE DI LAVORO

E’ causa di inammissibilità la condanna del datore di lavoro negli ultimi cinque anni, anche con sentenza non definitiva, compresa quella adottata a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso l’Italia e dell’immigrazione clandestina dall’Italia verso altri Stati o per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite, nonché per il reato di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (art. 600 cp); intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis del codice penale); reati previsti per il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno per lavoro subordinato (art. 22, comma 12, del testo unico di cui al decreto legislativo d.lvo 286/1998).

Varrà precisare che nelle more della definizione dei procedimento di emersione lo straniero non può essere oggetto di espulsione.

E’ stata prevista infine l’approvazione di un decreto di attuazione nel termine di 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto che stabilisca i limiti di reddito del datore di lavoro, la documentazione attestante l’attività lavorativa e procedure di emersione.Cattura (5)

Avv. Grimaneza Victoria Castillo

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Gazzetta-Ufficiale

Legge 5 febbraio 1992, n. 91 ” Nuove norme sulla cittadinanza”

LEGGE 5 febbraio 1992, n. 91
Nuove norme sulla cittadinanza.

pubblicato sulla G.U. n. 38 del 15-2-1992

note:
Entrata in vigore della legge: 15/8/1992

1 – Il D.P.R. 18 aprile 1994, n. 362 (in S.O. n. 91 relativo alla G.U. 13/6/1994 n. 136) ha abrogato (con l’art. 8) l’art. 7, comma 1.
2 – La L. 22 dicembre 1994, n. 736 (in G.U. 4/1/1995 n. 3) ha modificato (con l’art. 1) l’art. 17.
3 – La L. 23 dicembre 1996, n. 662 (in S.O. n. 233 relativo alla G.U. 28/12/1996 n. 303) ha modificato (con l’art. 2) l’art. 17.

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PROMULGA la seguente legge:

Art. 1.

1. è cittadino per nascita:

a) il figlio di padre o di madre cittadini;

b) chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono.

2. è considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza.

Art. 2.

1. Il riconoscimento o la dichiarazione giudiziale della filiazione durante la minore età del figlio ne determina la cittadinanza secondo le norme della presente legge.

2. Se il figlio riconosciuto o dichiarato è maggiorenne conserva il proprio stato di cittadinanza, ma puo’ dichiarare, entro un anno dal riconoscimento o dalla dichiarazione giudiziale, ovvero dalla dichiarazione di efficacia del provvedimento straniero, di eleggere la cittadinanza determinata dalla filiazione.

3. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche ai figli per i quali la paternità o maternità non puo’ essere dichiarata, purchè sia stato riconosciuto giudizialmente il loro diritto al mantenimento o agli alimenti.

Art. 3.

1. Il minore straniero adottato da cittadino italiano acquista la cittadinanza.

2. La disposizione del comma 1 si applica anche nei confronti degli adottati prima della data di entrata in vigore della presente legge.

3. Qualora l’adozione sia revocata per fatto dell’adottato, questi perde la cittadinanza italiana, sempre che sia in possesso di altra cittadinanza o la riacquisti.

4. Negli altri casi di revoca l’adottato conserva la cittadinanza italiana. Tuttavia, qualora la revoca intervenga durante la maggiore età dell’adottato, lo stesso, se in possesso di altra cittadinanza o se la riacquisti, potrà comunque rinunciare alla cittadinanza italiana entro un anno dalla revoca stessa.

Art. 4.

1. Lo straniero o l’apolide, del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, diviene cittadino:

a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana;

b) se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all’estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana;

c) se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana.

2. Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.

Art. 5.

1. Il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza italiana quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale.

Art. 6.

1. Precludono l’acquisto della cittadinanza ai sensi dell’articolo 5:

a) la condanna per uno dei delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale;

b) la condanna per un delitto non colposo per il quale la legge preveda una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione; ovvero la condanna per un reato non politico ad una pena detentiva superiore ad un anno da parte di una autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia;

c) la sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica.

2. Il riconoscimento della sentenza straniera è richiesto dal procuratore generale del distretto dove ha sede l’ufficio dello stato civile in cui è iscritto o trascritto il matrimonio, anche ai soli fini ed effetti di cui al comma 1, lettera b).

3. La riabilitazione fa cessare gli effetti preclusivi della condanna.

4. L’acquisto della cittadinanza è sospeso fino a comunicazione della sentenza definitiva, se sia stata promossa azione penale per uno dei delitti di cui al comma 1, lettera a) e lettera b), primo periodo, nonchè per il tempo in cui è pendente il procedimento di riconoscimento della sentenza straniera, di cui al medesimo comma 1, lettera b), secondo periodo.

Art. 7.

1. Ai sensi dell’articolo 5, la cittadinanza si acquista con decreto del Ministro dell’interno, a istanza dell’interessato, presentata al sindaco del comune di residenza o alla competente autorità consolare.

2. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 3 della legge 12 gennaio 1991, n. 13.

Art. 8.

1. Con decreto motivato, il Ministro dell’interno respinge l’istanza di cui all’articolo 7 ove sussistano le cause ostative previste nell’articolo 6. Ove si tratti di ragioni inerenti alla sicurezza della Repubblica, il decreto è emanato su conforme parere del Consiglio di Stato. L’istanza respinta puo’ essere riproposta dopo cinque anni dall’emanazione del provvedimento.

2. L’emanazione del decreto di rigetto dell’istanza è preclusa quando dalla data di presentazione dell’istanza stessa, corredata dalla prescritta documentazione, sia decorso il termine di due anni.

Art. 9.

1. La cittadinanza italiana puo’ essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell’interno:

a) allo straniero del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, o che è nato nel territorio della Repubblica e, in entrambi i casi, vi risiede legalmente da almeno tre anni, comunque fatto salvo quanto previsto dall’articolo 4, comma 1, lettera c);

b) allo straniero maggiorenne adottato da cittadino italiano che risiede legalmente nel territorio della Repubblica da almeno cinque anni successivamente alla adozione;

c) allo straniero che ha prestato servizio, anche all’estero, per almeno cinque anni alle dipendenze dello Stato;

d) al cittadino di uno Stato membro delle Comunità europee se risiede legalmente da almeno quattro anni nel territorio della Repubblica;

e) all’apolide che risiede legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Repubblica;

f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.

2. Con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro degli affari esteri, la cittadinanza puo’ essere concessa allo straniero quando questi abbia reso eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato.

Art. 10.

1. Il decreto di concessione della cittadinanza non ha effetto se la persona a cui si riferisce non presta, entro sei mesi dalla notifica del decreto medesimo, giuramento di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato.

Art. 11.

1. Il cittadino che possiede, acquista o riacquista una cittadinanza straniera conserva quella italiana, ma puo’ ad essa rinunciare qualora risieda o stabilisca la residenza all’estero.

Art. 12.

1. Il cittadino italiano perde la cittadinanza se, avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato o ente pubblico estero o da un ente internazionale cui non partecipi l’Italia, ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all’intimazione che il Governo italiano puo’ rivolgergli di abbandonare l’impiego, la carica o il servizio militare.

2. Il cittadino italiano che, durante lo stato di guerra con uno Stato estero, abbia accettato o non abbia abbandonato un impiego pubblico od una carica pubblica, od abbia prestato servizio militare per tale Stato senza esservi obbligato, ovvero ne abbia acquistato volontariamente la cittadinanza, perde la cittadinanza italiana al momento della cessazione dello stato di guerra.

Art. 13.

1. Chi ha perduto la cittadinanza la riacquista:

a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara previamente di volerla riacquistare;

b) se, assumendo o avendo assunto un pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all’estero, dichiara di volerla riacquistare;

c) se dichiara di volerla riacquistare ed ha stabilito o stabilisce, entro un anno dalla dichiarazione, la residenza nel territorio della Repubblica;

d) dopo un anno dalla data in cui ha stabilito la residenza nel territorio della Repubblica, salvo espressa rinuncia entro lo stesso termine;

e) se, avendola perduta per non aver ottemperato all’intimazione di abbandonare l’impiego o la carica accettati da uno Stato, da un ente pubblico estero o da un ente internazionale, ovvero il servizio militare per uno Stato estero, dichiara di volerla riacquistare, sempre che abbia stabilito la residenza da almeno due anni nel territorio della Repubblica e provi di aver abbandonato l’impiego o la carica o il servizio militare, assunti o prestati nonostante l’intimazione di cui all’articolo 12, comma 1.

2. Non è ammesso il riacquisto della cittadinanza a favore di chi l’abbia perduta in applicazione dell’articolo 3, comma 3, nonchè dell’articolo 12, comma 2.

3. Nei casi indicati al comma 1, lettera c), d) ed e), il riacquisto della cittadinanza non ha effetto se viene inibito con decreto del Ministro dell’interno, per gravi e comprovati motivi e su conforme parere del Consiglio di Stato. Tale inibizione puo’ intervenire entro il termine di un anno dal verificarsi delle condizioni stabilite.

Art. 14.

1. I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi, se in possesso di altra cittadinanza.

Art. 15.

1. L’acquisto o il riacquisto della cittadinanza ha effetto, salvo quanto stabilito dall’articolo 13, comma 3, dal giorno successivo a quello in cui sono adempiute le condizioni e le formalità richieste.

Art. 16.

1. L’apolide che risiede legalmente nel territorio della Repubblica è soggetto alla legge italiana per quanto si riferisce all’esercizio dei diritti civili ed agli obblighi del servizio militare.

2. Lo straniero riconosciuto rifugiato dallo Stato italiano secondo le condizioni stabilite dalla legge o dalle convenzioni internazionali è equiparato all’apolide ai fini dell’applicazione della presente legge, con esclusione degli obblighi inerenti al servizio militare.

Art. 17.

1. Chi ha perduto la cittadinanza in applicazione degli articoli 8 e 12 della legge 13 giugno 1912, n. 555, o per non aver reso l’opzione prevista dall’articolo 5 della legge 21 aprile 1983, n.

123, la riacquista se effettua una dichiarazione in tal senso entro due anni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

2. Resta fermo quanto disposto dall’articolo 219 della legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 18.

1. Le persone già residenti nei territori che sono appartenuti alla monarchia austro-ungarica ed emigrate all’estero prima del 16 luglio 1920 ed i loro discendenti in linea retta sono equiparati, ai fini e per gli effetti dell’articolo 9, comma 1, lettera a), agli stranieri di origine italiana o nati nel territorio della Repubblica.

Art. 19.

1. Restano salve le disposizioni della legge 9 gennaio 1956, n. 27, sulla trascrizione nei registri dello stato civile dei provvedimenti di riconoscimento delle opzioni per la cittadinanza italiana, effettuate ai sensi dell’articolo 19 del Trattato di pace tra le potenze alleate ed associate e l’Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.

Art. 20.

1. Salvo che sia espressamente previsto, lo stato di cittadinanza acquisito anteriormente alla presente legge non si modifica se non per fatti posteriori alla data di entrata in vigore della stessa.

Art. 21.

1. Ai sensi e con le modalità di cui all’articolo 9, la cittadinanza italiana puo’ essere concessa allo straniero che sia stato affiliato da un cittadino italiano prima della data di entrata in vigore della legge 4 maggio 1983, n. 184, e che risieda legalmente nel territorio della Repubblica da almeno sette anni dopo l’affiliazione.

Art. 22.

1. Per coloro i quali, alla data di entrata in vigore della presente legge, abbiano già perduto la cittadinanza italiana ai sensi dell’articolo 8 della legge 13 giugno 1912, n. 555, cessa ogni obbligo militare.

Art. 23.

1. Le dichiarazioni per l’acquisto, la conservazione, il riacquisto e la rinunzia alla cittadinanza e la prestazione del giuramento previste dalla presente legge sono rese all’ufficiale dello stato civile del comune dove il dichiarante risiede o intende stabilire la propria residenza, ovvero, in caso di residenza all’estero, davanti all’autorità diplomatica o consolare del luogo di residenza.

2. Le dichiarazioni di cui al comma 1, nonchè gli atti o i provvedimenti attinenti alla perdita, alla conservazione e al riacquisto della cittadinanza italiana vengono trascritti nei registri di cittadinanza e di essi viene effettuata annotazione a margine dell’atto di nascita.

Art. 24.

1. Il cittadino italiano, in caso di acquisto o riacquisto di cittadinanza straniera o di opzione per essa, deve darne, entro tre mesi dall’acquisto, riacquisto o opzione, o dal raggiungimento della maggiore età, se successivo, comunicazione mediante dichiarazione all’ufficiale dello stato civile del luogo di residenza, ovvero, se residente all’estero, all’autorità consolare competente.

2. Le dichiarazioni di cui al comma 1 sono soggette alla medesima disciplina delle dichiarazioni di cui all’articolo 23.

3. Chiunque non adempia agli obblighi indicati nel comma 1 è assoggettato alla sanzione amministrativa pecuniaria da lire duecentomila a lire duemilioni. Competente all’applicazione della sanzione amministrativa è il prefetto.

Art. 25.

1. Le disposizioni necessarie per l’esecuzione della presente legge sono emanate, entro un anno dalla sua entrata in vigore, con decreto del Presidente della Repubblica, udito il parere del Consiglio di Stato e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e dell’interno, di concerto con il Ministro di grazia e giustizia.

Art. 26.

1. Sono abrogati la legge 13 giugno 1912, n. 555, la legge 31 gennaio 1926, n. 108, il regio decreto-legge 1› dicembre 1934, n.1997, convertito dalla legge 4 aprile 1935, n. 517, l’articolo 143- ter del codice civile, la legge 21 aprile 1983, n. 123, l’articolo 39 della legge 4 maggio 1983, n. 184, la legge 15 maggio 1986, n. 180, e ogni altra disposizione incompatibile con la presente legge.

2. è soppresso l’obbligo dell’opzione di cui all’articolo 5, comma secondo, della legge 21 aprile 1983, n. 123, e all’articolo 1, comma 1, della legge 15 maggio 1986, n. 180.

3. Restano salve le diverse disposizioni previste da accordi internazionali.

Art. 27.

1. La presente legge entra in vigore sei mesi dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. è fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addì 5 febbraio 1992

COSSIGA
ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei Ministri
DE MICHELIS, Ministro degli affari esteri

Visto, il Guardasigilli: MARTELLI

LAVORI PREPARATORI Senato della Repubblica (atto n. 1460):

Presentato dal Ministro degli affari esteri (ANDREOTTI) il 13 dicembre 1988.
Assegnato alla 1a commissione (Affari costituzionali), in sede referente, il 25 gennaio 1989, con pareri delle commissioni 2a, 3a, 4a e della giunta per gli affari delle Comunità europee.
Esaminato dalla 1a commissione il 18 ottobre 1989; 27 giugno 1990; 13 dicembre 1990.
Relazione scritta annunciata il 26 marzo 1991 (atto n.1460/ A – relatore sen. MAZZOLA).
Esaminato in aula e approvato il 23 maggio 1991.

Camera dei deputati (atto n. 5702):
Assegnato alla I commissione (Affari costituzionali), in sede legislativa, il 25 giugno 1991, con pareri delle commissioni II, III, IV, XI e della commissione per le politiche comunitarie.
Esaminato dalla I commissione il 9 gennaio 1992 e approvato il 14 gennaio 1992.

AVVERTENZA:

Il testo delle note qui pubblicato è stato redatto ai sensi dell’art. 10, commi 2 e 3, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 1985, n. 1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali è operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui trascritti.

Nota all’art. 6:

– I delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale, sono quelli contro la personalità internazionale e interna dello Stato e contro i diritti politici del cittadino.

Note all’art. 17:

– Il testo degli articoli 8 e 12 della legge n. 555/1912 (Sulla cittadinanza italiana) è il seguente:

“Art. 8. – Perde la cittadinanza:

1) chi spontaneamente acquista una cittadinanza straniera e stabilisce o ha stabilito all’estero la propria residenza;

2) chi, avendo acquistata senza concorso di volontà propria una cittadinanza straniera, dichiari di rinunziare alla cittadinanza italiana, e stabilisca o abbia stabilito all’estero la propria residenza.

Puo’ il Governo nei casi indicati ai numeri 1 e 2, dispensare dalla condizione del trasferimento della residenza all’estero;

3) chi, avendo accettato impiego da un governo estero od essendo entrato al servizio militare di potenza estera, vi persista nonostante l’intimazione del governo italiano di abbandonare entro un termine fissato l’impiego o il servizio.

La perdita della cittadinanza nei casi preveduti da questo articolo non esime dagli obblighi del servizio militare, salve le facilitazioni concesse dalle leggi speciali (*)”.

“Art. 12. – I figli minori non emancipati da chi acquista o ricupera la cittadinanza divengono cittadini salvo che risiedendo all’estero conservino, secondo la legge dello Stato a cui appartengono, la cittadinanza straniera. Il figlio pero’ dello straniero per nascita, divenuto cittadino, puo’ entro l’anno dal raggiungimento della maggiore età o dalla conseguita emancipazione, dichiarare di eleggere la cittadinanza di origine.

I figli minori non emancipati di chi perde la cittadinanza divengono stranieri quando abbiano comune la residenza col genitore esercente la patria potestà o la tutela legale, e acquistino la cittadinanza di uno Stato straniero. Saranno pero’ loro applicabili le disposizioni degli articoli 3 e 9.

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche nel caso che la madre esercente la patria potestà o la tutela legale sui figli abbia una cittadinanza diversa da quella del padre premorto. Non si applicano invece al caso in cui la madre esercente la patria potestà muti cittadinanza in conseguenza del passaggio a nuove nozze, rimanendo allora inalterata la cittadinanza di tutti i figli di primo letto”.

(*) La Corte costituzionale, con sentenza 11-19 ottobre 1988, n. 974 (Gazz. Uff. 26 ottobre 1988, n. 43 – 1a serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 8, ultimo comma, della legge di cui sopra, nonchè dell’art.

1, lettera b), del D.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237, nella parte in cui non prevedono che siano esentati dall’obbligo del servizio militare coloro che abbiano perduto la cittadinanza italiana a seguito dell’acquisto di quella di un altro Stato nel quale abbiano già prestato servizio militare.

– Il testo dell’art. 5 della legge n. 123/1983 (Disposizioni in materia di cittadinanza), abrogata dall’art. 26 della legge qui pubblicata, è il seguente:

“Art. 5. – è cittadino italiano il figlio minorenne, anche adottivo, di padre cittadino o di madre cittadina.

Nel caso di doppia cittadinanza, il figlio dovrà optare per una sola cittadinanza entro un anno dal raggiungimento della maggiore età”.

– Il testo dell’art. 219 della legge n. 151/1975 (Riforma del diritto di famiglia) è il seguente:

“Art. 219. – La donna che, per effetto di matrimonio con straniero o di mutamento di cittadinanza da parte del marito, ha perduto la cittadinanza italiana prima dell’entrata in vigore della presente legge, la riacquista con dichiarazione resa all’autorità competente a norma dell’art. 36 delle disposizioni di attuazione del codice civile.

è abrogata ogni norma della legge 13 giugno 1912, n. 555, che sia incompatibile con le disposizioni della presente legge”.

Nota all’art. 19:

– L’art. 19 del Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, è così formulato:

“Art. 19. – 1. I cittadini italiani che, al 10 giugno 1940, erano domiciliati in territorio ceduto dall’Italia ad un altro Stato per effetto del presente Trattato, ed i loro figli nati dopo quella data diverranno, sotto riserva di quanto dispone il paragrafo seguente, cittadini godenti di pieni diritti civili e politici dello Stato al quale il territorio viene ceduto, secondo le leggi che a tale fine dovranno essere emanate dallo Stato medesimo entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente Trattato. Essi perderanno la loro cittadinanza italiana al momento in cui diverranno cittadini dello Stato subentrante.

2. Il governo dello Stato al quale il territorio è trasferito, dovrà disporre, mediante appropriata legislazione entro tre mesi dalla entrata in vigore del presente Trattato, perchè tutte le persone di cui al par.

1, di età superiore ai diciotto anni (e tutte le persone coniugate, siano esse al disotto od al disopra di tale età) la cui lingua usuale è l’italiano, abbiano facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato.

Qualunque persona che opti in tal senso conserverà la cittadinanza italiana e non si considererà aver acquistato la cittadinanza dello Stato al quale il territorio viene trasferito. L’opzione esercitata dal marito non verrà considerata opzione da parte della moglie. L’opzione esercitata dal padre, o se il padre non è vivente, dalla madre, si estenderà tuttavia automaticamente a tutti i figli non coniugati, di età inferiore ai diciotto anni.

3. Lo Stato al quale il territorio è ceduto potrà esigere che coloro che si avvalgono dell’opzione si trasferiscano in Italia entro un anno dalla data in cui l’opzione venne esercitata.

4. Lo Stato al quale il territorio è ceduto dovrà assicurare, conformemente alle sue leggi fondamentali, a tutte le persone che si trovano nel territorio stesso, senza distinzione di razza, lingua o religione, il godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ivi comprese la libertà di espressione, di stampa e di diffusione, di culto, di opinione politica, e di pubblica riunione”.

Nota all’art. 21:

– La legge n. 184/1983 reca: “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”. La citata legge è entrata in vigore il 1› giugno 1983.

Nota all’art. 22:

– Per il testo dell’art. 8 della legge n. 555/1912 si veda in nota all’art. 17.

Note all’art. 26:

– La legge n. 555/1912 recava norme sulla cittadinanza.

– La legge n. 108/1z926 recava: “Modificazioni ed aggiunte alla legge 13 giugno 1912, n. 555, sulla cittadinanza”.

– Il R.D.L. n. 1997/1934 recava: “Modificazioni alla legge 13 giugno 1912, n. 555, sulla cittadinanza”.

– L’art. 143- ter del codice civile, aggiunto dall’art. 25 della legge 19 maggio 1975, n. 151, era così formulato:

“Art. 143- ter (Cittadinanza della moglie). – La moglie conserva la cittadinanza italiana, salvo sua espressa rinunzia, anche se per effetto del matrimonio o del mutamento di cittadinanza da parte del marito assume una cittadinanza straniera”.

– La legge n. 123/1983 recava: “Disposizioni in materia di cittadinanza”. L’art. 5, comma secondo, della medesima legge così disponeva: “Nel caso di doppia cittadinanza, il figlio dovrà optare per una sola cittadinanza entro un anno dal raggiungimento della maggiore età”.

– L’art. 39 della legge n. 184/1983 (Disciplina della adozione e dell’affidamento dei minori) così recitava:

“Art. 39. – Il minore di nazionalità straniera adottato da coniugi di cittadinanza italiana acquista di diritto tale cittadinanza.

La disposizione del precedente comma si applica anche nei confronti degli adottati prima dell’entrata in vigore della presente legge”.

– L’art. 1, comma 1, della legge n. 180/1986 (Modificazioni all’art. 5 della legge 21 aprile 1983, n. 123, recante disposizioni in materia di cittadinanza) così recitava: “Il termine per l’esercizio dell’opzione di cui all’art. 5, secondo comma, della legge 21 aprile 1983, n. 123, è prorogato fino alla data di entrata in vigore della nuova legge organica sulla cittadinanza”.

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La Cittadinanza italiana: Via materna o paterna? Brevi cenni sulla strada da intraprendere

Come abbiamo avuto modo di vedere nell’articolo precedente, la cittadinanza italiana per discendenza può essere trasmessa per via materna o via paterna. Tale differenziazione è fondamentale ai fini di stabilire la competenza dell’autorità italiana che verrà investita della procedura.

Nella via paterna, chi rivendica il diritto di cittadinanza  dovrà provare che la discendenza, in ogni passaggio generazionale, è passata da padre italiano, senza interruzioni. In questi casi la competenza è dell’autorità amministrativa.

Nella via materna, al fine di stabilire la competenza bisogna fare capo a due criteri temporali: prima e dopo il 1948 (adozione della Costituzione italiana). Dunque, se i discendenti da donna italiana coniugata con cittadino straniero sono nati dopo il 01/01/1948 dovranno fare la richiesta per via amministrativa, altrimenti dovranno ricorrere al giudice ordinario.

Il riconoscimento per via amministrativa

La cittadinanza italiana ius sanguinis per via paterna e per via materna (per i figli nati dopo il 1948) può essere richiesta in via amministrativa. I requisiti e le procedure vengono previsti dalla Circolare del Ministero dell’Interno K.28.1 dell’8 aprile 1991.

In caso di residenza all’estero la richiesta dovrà essere inoltrata all’autorità diplomatica italiana nel paese di residenza. In caso di residenza in Italia la richiesta dovrà essere presentata al Comune di residenza anagrafica.

Per la verifica della trasmissione della cittadinanza si fa un procedimento a ritroso, individuando la trasmissione della cittadinanza in ogni generazione. Le condizioni si basano su due presupposti:

1) la dimostrazione della discendenza da avo italiano che non abbia fatto rinuncia della cittadinanza italiana;

2)  l’ininterrotta trasmissione dall’avo sino al richiedente.

Il riconoscimento della cittadinanza opera ex lege essendo il provvedimento amministrativo di natura meramente cognitiva.

Il riconoscimento per via giudiziaria

I discendenti da donna italiana nati prima del 01 gennaio 1948 dovranno adire il Tribunale Civile di Roma. A tal fine si dovrà depositare ricorso allegando la documentazione attestante la trasmissione senza interruzioni della cittadinanza italiana dall’ava emigrata sino al richiedente, nonché la mancata perdita della cittadinanza italiana per rinuncia espressa dall’ava sino al richiedente.

Il procedimento segue il rito di sommaria cognizione, con ricorso ex art. 702 bis, con tempistiche dunque piuttosto contenute che possono variare da 12 a 18 mesi.

Tale procedimento non prevede la presenza del richiedente in Italia che potrà rimanere all’estero. È necessaria tuttavia una procura speciale.

La documentazione attestante la discendenza dovrà essere “perfetta” dal punto di vista sia della ricostruzione documentale della trasmissione della cittadinanza ( i nomi e cognomi debbono essere riportati correttamente) che della traduzione e legalizzazione (apostilla).

Le waiting list per via paterna e l’apertura alla via giurisdizionale

Negli ultimi 20 anni, l’elevato numero di richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana presso le rappresentanze diplomatiche/consolari italiane all’estero hanno determinato un’altra problematica: un ritardo eccessivo nelle procedure di riconoscimento per la via amministrativa.

Le liste di attesa in alcuni Consolati (quelli più intasati sono quelli del Brasile, Stati Uniti, Argentina) possono essere anche da 10/12 anni, con grave pregiudizio per chi ha diritto di vedersi riconosciuto lo status di cittadino italiano.

Al fine di tutelare fare fronte alla tale problematica, si sta facendo avanti un orientamento giurisprudenziale presso il Tribunale di Roma con il quale si afferma che, anche se non vi è contraddittorio sul diritto alla cittadinanza in quanto diritto soggettivo, sussiste tuttavia pienamente “l’interesse ad agire” in via giudiziale quale unica possibilità per l’acquisizione della cittadinanza. Quello che darebbe accesso alla via giudiziale è, infatti, l’inazione dei Consolati italiani all’estero che non garantirebbero un pieno esercizio del diritto alla cittadinanza italiana per i discendenti da avo italiano.

Ricapitolando, mentre per i discendenti di avi italiani per via materna l’unica via percorribile è quella giudiziale, per i discendenti di avi italiani per via paterna, in quanto titolari di un diritto soggettivo (non oggetto di contestazione) la via da percorrere per l’ottenimento della cittadinanza è quella amministrativa. Tuttavia, nel caso di ritardi prolungati da parte delle autorità consolari, si paleserebbe l’interesse ad agire in via giudiziale. Tale possibilità scaturisce dal fatto che l’Amministrazione è tenuta a rispettare il termine previsto per legge e che l’incertezza in ordine alla definizione della richiesta di riconoscimento e dunque il decorso di un lasso di tempo irragionevole equivale ad un diniego che giustifica il ricorso alla tutela giurisdizionale (T. Roma, sent. 17 aprile 2018).

Quest’ultima possibilità non può sicuramente diventare una prassi ma può rappresentare una valida alternativa per le migliaia di cittadini “italiani” in attesa di riconoscimento. In tali casi è necessario agire con molta cautela, analizzando il caso concreto al fine di meglio tutelare gli interessi di chi rivendica la cittadinanza per non incorrere in inammissibilità/rigetti da parte dell’autorità giudiziaria.

Lo Studio legale Collavini law firm vanta una grande esperienza nel diritto della cittadinanza ius sanguinis, con collaboratori madre lingua per una assistenza legale attenta alle esigenze dei clienti, cittadini stranieri, della loro necessità di comunicare nella propria lingua.

Avv. Grimaneza Victoria Castillo
Studio legale Collavini Lawfirm
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LA CITTADINANZA ITALIANA IUS SANGUINIS: VIA AMMINISTRATIVA O GIUDIZIARIA?

Molti sono i cittadini stranieri da ceppo italiano che hanno interesse ad essere riconosciuti cittadini italiani. La richiesta della cittadinanza italiana ius sanguinis viene effettuata principalmente da cittadini con discendenza italiana proveniente da Paesi come gli Stati Uniti, Canada, il Brasile, Argentina, Venezuela, Messico, Uruguay e Perù che sono stati in passato territori di emigrazione per migliaia di italiani.

Chi può rivendicare il diritto alla cittadinanza italiana per discendenza? In Italia, per l’acquisto della cittadinanza vige il principio dello ius sanguinis. L’art. 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 recante “Nuove norme sulla cittadinanza” prevede infatti che: “è cittadino per nascita il figlio di madre o padre italiani”. Lo status di cittadino si trasmette, dunque per l’essere nato da cittadino o cittadina italiano (a). L’articolo recepisce in pieno il principio di parità tra uomo e donna per quanto attiene alla trasmissione dello status civitatis.

Il principio dello ius solis è previsto solo in via residuale o eccezionale.

La normativa in materia non prevede l’unicità della cittadinanza italiana. I figli di italiani nati all’estero che avevano acquisito la cittadinanza del luogo di nascita hanno il diritto di conservare la cittadinanza italiana acquisita alla nascita.

L’ordinamento italiano sulla cittadinanza, a differenza di altri, non pone limiti alla trasmissione della cittadinanza. Infatti, tale diritto costituisce uno status permanente ed imprescrittibile, salva l’estinzione per rinuncia.

La cittadinanza può essere trasmessa o per via paterna o per via materna.

Fermo restando il diritto alla cittadinanza in quanto figli nati da madre o padre italiano, ai fini pratici sarà importante capire da quale linea si provenga (paterna o materna).

Vediamo nel dettaglio i tipi di cittadinanza ius sanguinis previsti dalla legge a seconda se nati da uomo cittadino italiano (via paterna) o da donna cittadina italiana (via materna). Tale differenziazione è fondamentale in quanto a seconda della linea da cui si discende scatta una differente procedura per la richiesta della cittadinanza ed eventuali rimedi in caso di rigetto.

Tale differenziazione è stata introdotta con la legge 555/1912 “Disposizioni sulla cittadinanza italiana” che all’art. 1 confermava il principio del riconoscimento della cittadinanza italiana solo per derivazione paterna al figlio del cittadino italiano. Veniva previsto, infatti, che in caso di matrimonio di donna italiana con cittadino straniero, la stessa perdeva automaticamente la cittadinanza, anche senza una dichiarazione espressa (art. 10). La trasmissione della cittadinanza italiana ius sanguinis veniva interrotta per i discendenti da donna italiana coniugata con cittadino straniero attesa la perdita della cittadinanza italiana di quest’ultima (e l’acquisizione automatica della cittadinanza del marito).

Questa situazione è rimasta invariata anche con l’adozione della Costituzione Italiana del 1948 che, nonostante, prevedesse la parità tra uomo e donna non ha modificato la legge sulla cittadinanza.

Si è dovuto attendere gli anni Settanta per cambiare tale situazione. Con sentenza del 16/04/1975, n. 87 della Corte costituzionale è giunta la prima dichiarazione di l’incostituzionalità della l. 555/1912, in quanto stabiliva la perdita della cittadinanza da parte della donna che si univa in matrimonio con un cittadino straniero, violando il principio costituzionale di uguaglianza tra uomo e donna. Successivamente, con sentenza del 09/02/1983, n. 30 della Corte costituzionale si dichiarava l’illegittimità costituzionale della legge 555/1912 per violazione degli artt. 3 e 29 della costituzione italiana.

Con tali pronunzie è cambiato completamente il quadro normativo sulla cittadinanza italiana per discendenza dando accesso anche ai discendenti italiani per via materna al riconoscimento della cittadinanza in una condizione di parità rispetto a quella dei discendenti per via paterna.

Tali pronunce sono state poi recepite dalla L. 123/83 e l’attuale legge sulla cittadinanza, L. 91/92, confermando dunque che la cittadinanza italiana si trasmette sia per linea materna che per linea paterna.

La strada da intraprendere per l’acquisizione della cittadinanza via materna dipende dalle seguenti condizioni:

  • I discenti da donna italiana coniugata con cittadino straniero nati dopo il 1948, in quanto titolari di un “diritto soggettivo” possono richiede la cittadinanza italiana per via amministrativa (Comune o Consolato/Ambasciata italiana all’estero).
  • I figli nati da donna italiana sposata con cittadino straniero prima del 1948 sono titolari di un “interesse oggettivo” e possono richiedere la cittadinanza italiana per la via giudiziaria (Tribunale civile Roma).

Come abbiamo avuto modo di vedere, seppur brevemente, la normativa sulla cittadinanza italiana ius sanguinis ha degli aspetti che necessitano di una adeguata preparazione ed specializzazione al fine di meglio orientare chi ha interesse ad essere riconosciuto cittadino italiano.

Avv. Grimaneza Victoria Castillo

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