Permesso di soggiorno: anche lo straniero con precedenti penali può averne diritto per accudire il figlio minore che si trova in Italia

Il caso. Due coniugi, di nazionalità albanese, nel 2015 presentavano ricorso al Tribunale per i Minorenni dell’Abruzzo, chiedendo l’autorizzazione a restare in Italia per accudire i 2 figli minorenni, che si trovavano sul territorio italiano. Facevano leva sulla necessità dei minori di essere assistiti da entrambi i genitori, per poterne ricevere le cura necessarie a garantire loro una crescita serena e al fine di tutelare il diritto all’unità familiare. Nel 2016 il T.M. rigettava il ricorso, ritenendo, sostanzialmente, che non fossero stati dimostrati i gravi motivi giustificanti l’autorizzazione richiesta. Inoltre, da una informativa della Questura di L’Aquila, era risultato che l’uomo era stato arrestato nuovamente per violazione della normativa in materia di stupefacenti. Avverso la pronuncia, i coniugi proponevano reclamo alla Corte d’Appello di L’aquila che lo respingeva. La Corte riteneva che il Testo Unico delle disposizioni concernenti l’immigrazione e la condizione dello straniero consente il rilascio dell’autorizzazione richiesta in presenza di gravi motivi – e per un periodo di tempo determinato -, connessi con lo sviluppo psicofisico del minore che si trova nel territorio italiano e tenuto conto dell’età e delle sue condizioni di salute, ma i reclamanti non avevano indicato la necessita di restare in Italia come transitoria, bensì destinata ad esaurirsi solo quando i minori avessero raggiunto la piena autonomia economica ed affettiva. Inoltre, il comportamento dell’uomo, risultante da una serie di precedenti, era ritenuto incompatibile con la permanenza in Italia e tale da giustificare una revoca dell’autorizzazione e a maggior ragione il mancato rilascio della stessa. Avverso la decisione i coniugi proponevano ricorso per Cassazione, sulla base di quattro motivi.

 

Rimessione alle Sezioni Unite. La Prima Sezione della Corte di Cassazione, nel 2018, rimetteva gli atti al Primo Presidente, il quale, considerata la questione di massima importanza concernente l’applicazione dell’art. 31, comma 3 del T.U. immigrazione, disponeva l’assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite.

Protezione dei diritti fondamentali del minore e la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. L’interrogativo posto all’esame delle Sezioni Unite consiste nello stabilire se, in presenza di un minore straniero sul territorio italiano, l’art. 31, comma 3 citato, attribuisca o meno rilevanza, ai fini del diniego del rilascio dell’autorizzazione all’ingresso o alla permanenza in Italia richiesta dal familiare, al suo comportamento incompatibile con la permanenza in Italia. Vengono in rilevo interessi di fondamentale rilievo per l’ordinamento – che si intrecciano tra loro – quali la protezione dei diritti fondamentali del minore e la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. Ad avviso del Collegio rimettente, la soluzione favorevole all’attribuzione di rilevanza al comportamento del familiare anche in sede di rilascio dell’autorizzazione, non sarebbe immediatamente suggerita dalla lettera della disposizione di cui al comma 3 dell’art. 31 T.U. Contro di essa militerebbero non soltanto il riferimento alla sola revoca e non anche al diniego dell’autorizzazione, quale sanzione dell’attività incompatibile del familiare, ma anche l’espressa previsione che l’autorizzazione può essere rilasciata in deroga alle altre disposizioni del T.U., comprese quelle che precludono il rilascio del permesso di soggiorno in favore di soggetti con precedenti penali ostativi o che siano considerati una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza statale.

Le Sezioni Unite, già nel 2010, con sent. n. 21799 avevano chiarito che l‘art. 31, comma 3 T.U svolge la funzione di norma di chiusura del sistema di tutela dei minori stranieri, apportando un’eccezione alla disciplina sull’ingresso e sul soggiorno dello straniero quando ricorrano le condizioni per salvaguardarne il preminente interesse, in situazioni nelle quali l’allontanamento suo o di un suo familiare potrebbe pregiudicarne gravemente l’integrità psico-fisica. I Supremi giudici avevano evidenziato che la temporanea autorizzazione alla permanenza in Italia del familiare del minore non richiede necessariamente l’esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla salute del fanciullo. Questo perché la portata dell’art. 31, comma 3, non si presta ad essere costretta nei confini angusti dell’emergenza sanitaria o della breve patologia del minore. Per le Sezioni Unite, dunque, tale disposizione è suscettibile di comprendere nel suo ambito qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che, in considerazione dell’età o delle condizioni di salute riconducibili al complessivo equilibrio psicofisico, potrebbe derivare al minore a causa dell’allontanamento improvviso del familiare o del suo definitivo sradicamento dall’ambiente nel quale è cresciuto. Si tratta di situazioni che non si prestano ad essere preventivamente catalogate e standardizzate, ma richiedono un’indagine svolta in modo individualizzato, da parte di un organo specializzato come il T.M., tenendo conto della peculiarità delle situazioni prospettate. La giurisprudenza successiva ha sviluppato i principi enunciati dalle Sezioni Unite, interpretando in senso ampio i gravi motivi connessi con lo sviluppo psico-fisico del minore: la funzione dell’art. 31, comma 3 T.U è quella di salvaguardare il superiore interesse del minore in situazioni nelle quali l’allontanamento o il mancato ingresso di un suo familiare potrebbe pregiudicarne gravemente l’esistenza. In altre parole, l’interesse del familiare ad ottenere l’autorizzazione alla permanenza o all’ingresso nel territorio nazionale riceve tutela in via riflessa, ovvero nella misura in cui sia funzionale a salvaguardare lo sviluppo psico-fisico del minore, che è il bene giuridico protetto dalla norma, nonché la ragione unica del provvedimento autorizzatorio.

Effettività della vita familiare e della relazione con i propri genitori. I Giudici delle Sezioni Unite, investiti della questione sottoposta al proprio esame, muovendo dal dato letterale dell’art. 31, comma 3, T.U., giungono a sostenere che la norma sulle attività del familiare incompatibili con le esigenze del minore o con la permanenza in Italia intende assicurare che la fattispecie permissiva non si risolva in un evento controproducente per il fanciullo o intollerabile per le ragioni interne di ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato. Secondo la lettura che il Collegio ritiene preferibile, l’art. 31, comma 3, presenta una ratio destinata ad esplicarsi non solo nella fase successiva all’autorizzazione ma anche ab origine, ai fini del rilascio della stessa. Con il comma 3 dell’art. 31 il legislatore del T.U. ha inteso perseguire l’interesse del minore nel grado più elevato possibile, assicurandogli il pieno godimento del suo diritto fondamentale all’effettività della vita familiare e della relazione con i propri genitori, ma nel rispetto della basilare esigenza di protezione dalla criminalità del Paese che offre accoglienza.

Pertanto, nel giudizio avente ad oggetto l’autorizzazione all’ingresso o alla permanenza in Italia del familiare di minore straniero, ex art. 31, comma 3, la sussistenza di comportamenti del familiare medesimo, incompatibili con il suo soggiorno nel territorio nazionale, deve essere valutata in concreto attraverso un esame complessivo della sua condotta, al fine di stabilire, all’esito di un attento bilanciamento, se le esigenze statuali inerenti alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale debbano prevalere su quelle derivanti da gravi motivi connessi con lo sviluppo psico-fisico del minore, cui la norma conferisce protezione in via primaria.

Conclusione. Le Sezioni Unite della Suprema Corte, con la sentenza in oggetto, accolgono il primo motivo di ricorso e ritengono assorbiti i restanti. Cassano il decreto impugnato, in relazione alla censura accolta, e rinviano la causa alla Corte d’ Appello di L’Aquila, Sezione per i minorenni, in diversa composizione.

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